ABIAPUNTUA
Alain Urrutia
Ingresso libero
Giovedì e venerdì
14.30 – 18.30
Sabato e domenica
10.30 – 18.30
Chiuso: 25-26 dicembre, 1 e 6 gennaio
Porto avanti l'idea di rivelare quanto basta
per mostrare che ci sono cose destinate a restare nascoste.
Alain Urrutia
ABIAPUNTUA è il titolo del vasto progetto espositivo concepito da Alain Urrutia per la Collezione Maramotti, la sua prima personale in uno spazio istituzionale in Italia.
Urrutia ha scelto l’euskara, la lingua dei Paesi Baschi in cui è nato e cresciuto, come “punto di partenza” (abiapuntua) concettuale per dare avvio a un corpus di oltre venti nuovi dipinti – rigorosamente in bianco, nero e scale di grigi – accompagnati da due video.
Collezionista di immagini, profondamente interessato alla costruzione mentale e visiva della rappresentazione, Urrutia indaga il significato e la memoria di oggetti e soggetti estratti dalla storia dell’arte, dalla vita quotidiana, dal cinema, dalla fotografia, da tutto l’ampio repertorio iconografico raccolto nel suo archivio personale – un organismo vivo, un atlante digitale in forma di costellazioni che, per la prima volta, è qui condiviso con il pubblico.
Le opere esposte tracciano la traiettoria di una ricerca ininterrotta e senza fine, la mappa di un viaggio iconografico e sentimentale attraverso nove tematiche universali intrecciate in un percorso circolare, in cui l’origine arriva a congiungersi alla rivelazione, attraversando natura, comunità, mito, parola, potere e morte.
La mostra è organizzata in tre spazi separati e collegati della Collezione, dando vita a tre nuclei distinti in dialogo reciproco.
Sulla parete di ingresso nove tele di piccole dimensioni accolgono gli esiti delle esplorazioni intraprese da Urrutia navigando il proprio archivio: nove immagini distillate, nove punti di arrivo che condensano, fissandoli in un particolare, i temi essenziali che stanno alla radice delle riflessioni dell’artista – e che hanno accompagnato l’umanità in ogni epoca.
Quale soggetto scegliere per rappresentare l’origine, la creazione, la generazione della vita? A quale forma consegnare l’eredità rituale e mitologica del mondo? In che modo far affiorare sulla tela, in pochi tratti, l’essenza onirica della fine? Urrutia formula risposte personali in forma di pittura: opere scaturite da una tecnica minuziosa, ma aperte e porose nell’interpretazione, che lasciano all’osservatore piena libertà sul filo del sentire individuale.

Nelle sale attigue, in una sorta di percorso a ritroso, è restituito il processo della genesi di questi nove piccoli dipinti. Ognuno di essi deriva da uno specifico moodboard, un collage pittorico di immagini agglutinate intorno a un medesimo macro-tema, idealmente apparentato alle tavole del Bilderatlas Mnemosyne di Aby Warburg. Lo storico dell’arte tedesco cercò di raccogliere e organizzare in questo progetto – lasciato incompiuto alla sua morte nel 1929 – le espressioni iconografiche che potessero costituire le “formule del pathos” (Pathosformeln): figure e modelli, schemi e posture ricorrenti nel processo di trasmissione della cultura e sempre riemergenti nel corso della storia, dall’antichità all’attualità. Urrutia sviluppa le proprie tavole visive come combinazioni di indizi, aggregando e frammentando immagini preesistenti estratte dal suo archivio. Fiori, volti, occhi, piume, serpenti, nuvole, scacchi, carte da gioco, rimandi a Courbet, Botticelli, Bernini, Duchamp: in una costruzione compositiva che procede per giustapposizioni, sovrapposizioni, occultamenti, sbordature e scivolamenti, l’artista sfida l’integrità della lettura dei riferimenti, interrogando i limiti e le possibilità di espansione della visione, insieme alla capacità di persistenza della memoria.



Lo stesso approccio, amplificato, è rintracciabile anche nelle tele di grandi dimensioni, i cui principali tratti significanti sono i margini. Nell’ipertrofico svolgimento orizzontale di immagini accostate e accumulate l’una sull’altra, il cui lato frontale ci è spesso precluso, i bordi assumono una funzione di ancoraggio per l’immaginazione delle molteplici possibilità di figurazione che le opere sono in grado di accogliere.
Gli strappi pittoricamente simulati in tre opere iconiche per Urrutia enfatizzano ulteriormente l’assenza quale elemento centrale, vitale e di sviluppo semantico nella dialettica tra visibile e invisibile, come espresso dal filosofo Georges Didi-Huberman. Il vuoto, o ciò che si trova al di fuori del campo della rappresentazione, che resta nascosto, offre una spinta prolifica a colmare le lacune da parte di chi osserva, rigenerando continuamente, grazie all’attività immaginativa, il senso di quanto è incompleto. Il mistero, lasciando spazio, racchiude in sé una forza feconda e trasformativa che, nel lavoro di Urrutia, agisce al contempo per accumulazione e per sottrazione.
I due video creati per il progetto si configurano come incursioni dinamiche con diversi ritmi e in differenti direzioni, attraverso cui scorre la cosmogonia iconografica dell’archivio dell’artista nel momento di formazione di questa mostra, inevitabilmente destinata a future metamorfosi.
In occasione dell’esposizione sarà pubblicato un libro con testi di Ada Naval, storica dell’arte, ricercatrice e curatrice, e di Giorgio Vallortigara, Professore di Neuroscienze presso CIMEC – Centro Interdipartimentale Mente/Cervello dell’Università di Trento.
