Kara Tanaka

A Sad Bit of Fruit, Pickled in the Vinegar of Grief

24 ottobre 2010 - 31 gennaio 2011
 

L’interrogazione sul destino del corpo umano segna fortemente la pratica artistica di Kara Tanaka, artista americana ventisettenne che vive e lavora a Los Angeles, alla sua prima mostra in Europa. La perdita del corpo, in una società futura, consentirà di spostare le energie vitali dall’«assolvimento delle esigenze fisiche» verso altri scopi: l’esplorazione del cosmo, una nuova filosofia della natura dell’esistenza umana.
I corpi assenti nei tredici tavoli d’imbalsamazione di A Sad Bit of Fruit, Pickled in the Vinegar of Grief, l’opera realizzata per la Collezione Maramotti, dichiarano un rifiuto del desiderio di immortalità, la cui diffusa presenza ha permeato la cultura occidentale, che l’artista ritiene in una condizione di declino e di profonda crisi.
Non c’è infatti sintomo più significativo di un desiderio di immortalità, espresso dall’uomo fin dalle prime forme di civiltà, del culto della perfezione del corpo, qui ed ora.
E non sorprende se al deperimento di tale desiderio si accompagna una crescente obsolescenza della tensione metafisica nell’arte. Come la metafisica ha invaso e fecondato per millenni l’iconografia del corpo divinizzandolo, così l’arte oggi esplora l’iconografia della sua eventuale perdita. In Un triste pezzo di frutta, marinato nell’aceto del dolore, Kara Tanaka immagina una via d’uscita fisica dal conflitto che l’essere umano patisce tra corpo e coscienza, intravedendo la sparizione del primo e l’emigrazione della seconda al di là dei confini del sociale, nel cosmo che sempre più la tecnologia ci avvicina, con l’accelerazione dello sviluppo e del “progresso” della scienza. L’artista considera il presente come il passato del futuro: l’uomo si avvia a rinunciare al corpo, alla terra, per risolversi in pura coscienza.
Il lavoro di Kara Tanaka costituisce pertanto una meditazione, permeata sia dalla tecnica che dalla filosofia, sulla sparizione di un corpo un tempo desiderato immortale in favore di un viaggio della coscienza nel cosmo. In A Sad Bit of Fruit, il corpo è contemplato nella sua futura assenza attraverso una dissolvenza raffigurata nei fluidi sanguigni che scorrono nei canali laterali dei tavoli d’imbalsamazione. I tredici tavoli dell’opera, identici nella fattura, sono stati fabbricati in vetroresina e poi dipinti con resina epossidica; il loro retro è rivestito di tela, che cita un’assenza della pittura, mentre la loro staffa di aggancio al muro, in alluminio anodizzato rosso, si relaziona col “sangue” virtuale sul fronte dei tavoli, dipinto con uno smalto a base di resina. I tavoli aggettano dal muro, la loro pendenza è determinata dalle strutture triangolari che agganciano i tavoli alla parete con una inclinazione progressiva e simmetrica dai lati al centro. Il riflesso sul muro dei poliedri di sostegno produce un diffuso alone di luce rossastra intorno a loro, creando un’aura che fa eco al pigmento rosso che scorre dentro i canali dei tavoli.
Il punto focale degli embalmer’s stones di Tanaka è il drain, lo scarico di metallo cromato, di fattura industriale, attraverso cui i fluidi mimetici del sangue vengono espulsi: esso diviene una metafora del passaggio dall’essere al non-essere. I drains di Tanaka sono l’atto conclusivo della costruzione intellettuale che l’opera mette in atto. La mostra è accompagnata da un volume edito da Gli Ori, con un testo critico di Mario Diacono.


Selezione rassegna stampa

P. Colapinto, G. Iotti, F. Di Rosa, R. Cristofori, Kara Tanaka: dalla California alla Collezione Maramotti, in "Rumore Webradio", 22 ott. 2010

S. Schifano, Intervista con Kara Tanaka, in "Curamagazine.com", 25 ott. 2010

A. Cattani, M. Marchetti, Voices. Intervista con Kara Tanaka, in "Undo.net", 4 dic. 2010


 

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